Intelligenza artificiale: perché l’avvocato deve usarla
1) Se un avvocato usa l’AI, non è per forza un cattivo avvocato.
Ogni volta che si parla di intelligenza artificiale e avvocati salta fuori qualcuno che dice: «Piuttosto che affidarmi a un avvocato che usa l’AI, faccio senza avvocato».
È una posizione che, secondo me, non sta in piedi. Oggi è molto più preoccupante un avvocato che non usa affatto l’intelligenza artificiale di uno che la usa con competenza, prudenza e responsabilità.
Forse chi ragiona così ha visto un professionista usare male questi strumenti. Può succedere: abbiamo già visto atti pieni di riferimenti inesistenti, conclusioni non controllate e risposte prese per buone soltanto perché prodotte da una macchina. Ma da un uso maldestro non puoi ricavare la condanna dello strumento.
Se vedi una persona schiantarsi con l’automobile contro un palo, non concludi che non salirai mai più su una macchina e che smetterai di frequentare chi guida. Concludi, più ragionevolmente, che quella persona ha guidato male. La logica elementare, voglio sperare, non è stata ancora dismessa del tutto.
2) L’intelligenza artificiale è ormai irrinunciabile.
L’AI è diventata uno strumento irrinunciabile per chi esercita una professione intellettuale. Non perché sia infallibile e nemmeno perché possa sostituire l’avvocato, ma perché consente di analizzare, confrontare, ordinare, sintetizzare e sviluppare materiali con una potenza che fino a pochi anni fa non avevamo.
Io la uso e cerco ogni giorno di usarla meglio. Non mi vergogno di dirlo: al contrario, considero lo studio continuo di questi strumenti parte del mio dovere di aggiornamento. Nei blog che scrivo racconto spesso le mie prove, le procedure che funzionano e anche gli errori da evitare. Ne parlo soprattutto su «Fare l’avvocato è bellissimo», ma non solo.
La distinzione importante, quindi, non è tra l’avvocato che usa l’AI e quello che non la usa. È tra chi la governa e chi le obbedisce; tra chi sa servirsene e chi le consegna il volante per poi chiudere gli occhi.
3) Il lavoro dell’avvocato viene prima della macchina.
L’intervento professionale con l’AI deve avere, a mio giudizio, una struttura che in inglese si può chiamare «topping and tailing»: l’avvocato mette la testa e la coda, l’inizio e la fine. E l’inizio è assolutamente fondamentale.
Prima che l’intelligenza artificiale produca alcunché, devi sapere che cosa chiederle. Devi ricostruire il problema, distinguere i fatti importanti da quelli irrilevanti, individuare i punti oscuri, formulare ipotesi, scegliere le fonti e stabilire quale risultato sarebbe davvero utile per l’assistito.
Non basta digitare «fammi un ricorso» o «dimmi chi ha ragione». Una domanda generica, confusa o costruita su premesse sbagliate produrrà facilmente un risultato generico, confuso o sbagliato. Vale la vecchia regola informatica: se metti spazzatura all’ingresso, esce spazzatura all’uscita.
Te lo assicuro mettendoci la faccia e trent’anni di professione: non sono pochi gli avvocati che faticano già a formulare le domande giuste. Non per mancanza di buona volontà, ma perché interrogare bene un problema richiede preparazione sistematica, esperienza e capacità di vedere le connessioni. Nessun chatbot può regalarti queste qualità con un abbonamento mensile.
4) Fare domande è già una parte della soluzione.
Saper domandare non è una tecnica nata con i prompt. È un principio del counseling, della maieutica e di tutte le tradizioni sapienziali. Una domanda precisa apre possibilità; una domanda sbagliata può chiudere il ragionamento prima ancora che cominci.
A Picasso viene attribuita una frase magnificamente provocatoria: «I computer sono inutili: sanno dare soltanto risposte». Oggi i computer sanno produrre risposte molto più elaborate di allora, ma il punto resta valido. La domanda decisiva deve ancora formularla una persona.
L’intelligenza artificiale può aiutarti perfino a migliorare un quesito, a far emergere alternative e a segnalare informazioni mancanti. Ma il mandato, il contesto e il criterio con cui giudicare ciò che conta restano umani. È l’avvocato che deve capire quale problema sta davvero trattando e quale domanda può avvicinarlo a una soluzione utile, sostenibile e rispettosa dell’interesse del cliente.
In questo senso, il prompt non è una formula magica. È la manifestazione visibile di tutto ciò che il professionista sa prima di scriverlo.
5) Il lavoro dell’avvocato viene anche dopo la macchina.
Una volta ricevuta la risposta, comincia la seconda parte del lavoro. L’avvocato deve controllare, correggere, integrare, riscrivere e, quando serve, buttare via tutto e ripartire.
Deve verificare che norme e precedenti esistano davvero, che siano vigenti e pertinenti, che i fatti non siano stati deformati e che il ragionamento regga. Deve inoltre proteggere riservatezza e dati dell’assistito, scegliendo strumenti e modalità d’uso adeguati. Infine deve adattare il risultato al caso concreto, perché un testo formalmente elegante può essere strategicamente inutile o addirittura dannoso.
La responsabilità non passa alla macchina. Rimane dell’avvocato, che firma l’atto, formula il consiglio e risponde delle scelte compiute. L’AI può preparare una bozza o mettere in luce una pista che non avevi considerato; non può assumersi il dovere professionale di decidere che cosa consegnare, depositare o consigliare.
È qui che l’esperienza torna a essere decisiva. Per riconoscere una risposta sbagliata devi conoscere la materia; per capire che manca qualcosa devi avere un’idea di ciò che dovrebbe esserci; per scegliere tra due soluzioni plausibili devi comprendere le conseguenze reali di entrambe.
6) Non confondere l’uso con l’abuso.
Ho già raccontato <a href="https://blog.solignani.it/2026/07/13/come-utilizzo-lintelligenza-artificiale-nel-mio-lavoro-di-avvocato/”>come utilizzo concretamente l’intelligenza artificiale nel mio lavoro di avvocato: la tratto come un collaboratore molto efficiente, mai come il decisore finale.
Ho anche spiegato che <a href="https://blog.solignani.it/2025/10/20/perche-lavorare-quando-fuori-ce-il-sole/”>delegare tutto all’AI significa danneggiare prima di tutto se stessi. Se smetti di esercitare il ragionamento, perdi gradualmente la capacità di controllare proprio lo strumento al quale ti stai affidando.
E c’è un problema speculare: l’intelligenza artificiale permette anche a chi non possiede competenze giuridiche di produrre in pochi secondi lettere, contratti e contestazioni dall’aspetto convincente. Come osservavo nel post <a href="https://blog.solignani.it/2026/03/23/piu-boiate-uguale-piu-avvocati-anche-con-le-ai/”>«Più boiate uguale più avvocati: anche con le AI», il numero degli errori non è destinato necessariamente a diminuire; può aumentare, perché oggi è diventato più facile confezionare sciocchezze dall’aria autorevole.
Questi rischi non dimostrano che l’AI debba essere rifiutata. Dimostrano che va usata da persone preparate, con metodo, spirito critico e piena assunzione di responsabilità.
7) Il vero valore resta nella competenza umana.
Un buon avvocato non ti offre ore trascorse davanti a una tastiera. Ti offre comprensione del problema, strategia, giudizio, esperienza e responsabilità. Se l’intelligenza artificiale gli consente di dedicare meno tempo alle operazioni meccaniche e più tempo a questi aspetti, il servizio può migliorare.
Perciò non chiederti semplicemente se il tuo avvocato usa l’AI. Chiediti come la usa. Verifica se sa spiegarti il proprio metodo, se controlla le fonti, se tutela i tuoi dati, se riconosce i limiti dello strumento e se si assume senza esitazioni la responsabilità del risultato finale.
Il modello di base è semplice: l’essere umano apre il lavoro con le domande giuste, la macchina contribuisce all’elaborazione e l’essere umano lo chiude con controllo, giudizio e decisione. Testa e coda appartengono all’avvocato. E senza una buona testa, nessuna intelligenza artificiale può salvare il resto.
8) Passa all’azione.
Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.
Non hai una polizza di tutela legale? Rimedia appena puoi.
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