Perché studiare rende libero un avvocato
1 – La più grande evasione possibile
Circola da anni un breve racconto ambientato nel primo giorno di liceo. Un professore di filosofia domanda alla classe a che cosa serva studiare. Gli studenti offrono risposte educate, ma prevedibili: crescere bene, diventare persone migliori. Il professore ne propone una assai più potente: studiare serve a evadere dal carcere dell’ignoranza.
Questa immagine mi è rimasta addosso. L’ignoranza è davvero una prigione, perché restringe il numero delle cose che riesci a vedere, capire e scegliere. Se non comprendi un testo, un meccanismo o il linguaggio usato da chi hai davanti, sei costretto ad affidarti. E non sempre ti affidi alla persona giusta.
Studiare non significa conoscere tutto. Nessuno può riuscirci, tanto meno oggi. Significa però costruirsi gli strumenti per fare domande, distinguere un’affermazione da una prova, riconoscere un ragionamento fragile e accorgersi quando qualcuno sta cercando di portarti dove vuole lui.
Per un avvocato questa non è una riflessione astratta. È una descrizione molto concreta del mestiere.
2 – La formazione non coincide con i crediti
La legge professionale stabilisce che l’avvocato debba curare il continuo e costante aggiornamento della propria competenza, per assicurare la qualità delle prestazioni e contribuire al migliore esercizio della professione nell’interesse dei clienti e dell’amministrazione della giustizia.
È una regola sacrosanta. Il problema nasce quando riduciamo la formazione al conteggio dei crediti. Seguiamo il convegno, registriamo la presenza, otteniamo l’attestato e consideriamo chiusa la pratica. Abbiamo assolto un adempimento, ma non è detto che abbiamo imparato qualcosa.
La formazione vera comincia quando una conoscenza modifica il nostro modo di vedere o di lavorare. Può nascere da un corso, ma anche dalla lettura ragionata di una sentenza, dal confronto con un collega, dalla ricostruzione di un errore, dallo studio di una materia confinante o dall’apprendimento di uno strumento tecnologico.
I crediti misurano la partecipazione a determinate attività. Non possono misurare curiosità, profondità, capacità critica e trasformazione personale. Sono tutte cose che rimangono affidate a noi.
3 – L’ignoranza professionale costa più di quanto sembri
Nel lavoro forense ciò che non sappiamo può produrre conseguenze immediate. Una modifica normativa non conosciuta, un orientamento giurisprudenziale letto superficialmente, una funzione del processo telematico mai imparata o una clausola accettata senza comprenderne gli effetti possono danneggiare il cliente e mettere in difficoltà lo studio.
Esiste poi un’ignoranza più sottile: quella di chi conosce molte norme, ma non sa leggere le persone, organizzare un fascicolo, comunicare un rischio, negoziare o riconoscere i propri limiti. La competenza professionale non è un magazzino di nozioni. È la capacità di usare conoscenze diverse dentro una situazione reale, spesso confusa e umanamente dolorosa.
Anche i dati generali invitano a non sottovalutare il problema. Secondo l’ultima indagine OCSE, in Italia il 35% degli adulti tra 16 e 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore nelle competenze di literacy. In termini semplici, una parte molto ampia della popolazione incontra difficoltà quando deve comprendere e valutare testi articolati.
Noi lavoriamo proprio con testi articolati, inferenze, eccezioni, prove e parole che cambiano effetto a seconda del contesto. Non possiamo dare per scontata né la comprensione del cliente né la nostra. Dobbiamo verificarle entrambe.
4 – Studiare significa diventare meno dipendenti
Più conosci una materia, meno sei costretto ad accettare passivamente l’opinione di chi si presenta come esperto. Puoi continuare a chiedere aiuto, naturalmente, ma sei in grado di valutare la risposta, porre domande migliori e capire quando sia necessario un secondo parere.
Questa autonomia vale nel diritto e fuori dal diritto. Un avvocato che comprende almeno i principi fondamentali della sicurezza informatica dialoga meglio con il tecnico e protegge meglio i dati dei clienti. Chi studia la comunicazione riesce a spiegare una strategia senza nascondersi dietro il gergo. Chi conosce i fondamenti della negoziazione vede possibilità che la sola lettura del codice non rivela.
La cultura non elimina il bisogno degli altri. Elimina la soggezione. Ti permette di collaborare senza consegnare a un’altra persona, a un’autorità o a una macchina la responsabilità delle tue scelte.
5 – Con l’intelligenza artificiale bisogna studiare di più, non di meno
L’intelligenza artificiale sembra promettere la scorciatoia definitiva: non occorre più sapere, perché basta chiedere. È una promessa affascinante e pericolosa.
Un sistema generativo può riassumere un documento, proporre una struttura, confrontare testi e suggerire piste di ricerca. Può farci risparmiare moltissimo tempo. Ma se non possediamo una base sufficiente, non siamo in grado di capire se la risposta sia corretta, incompleta, inventata o semplicemente inadatta al caso concreto.
Più lo strumento diventa potente, più deve essere competente la persona che lo controlla. L’IA non sostituisce lo studio: sposta una parte del lavoro dalla produzione alla verifica. E verificare bene richiede conoscenza, metodo e attenzione.
Ho approfondito questo punto anche nel post Intelligenza artificiale: perché l’avvocato deve usarla. Rifiutare questi strumenti ci rende meno capaci di comprendere il mondo che sta arrivando; usarli senza preparazione ci rende dipendenti dalle loro risposte. La strada giusta passa in mezzo: imparare a usarli e mantenere il governo del risultato.
6 – Un metodo sostenibile per continuare a imparare
Il principale ostacolo allo studio, per chi esercita la professione, non è quasi mai la mancanza di interesse. È la sensazione di non avere tempo. Udienze, clienti, notifiche e scadenze occupano ogni spazio disponibile, così la formazione viene rinviata al momento ideale che non arriva mai.
Per evitarlo, io trovo più efficace costruire un sistema piccolo ma continuo:
- riservare in agenda uno spazio ricorrente, anche breve, che non dipenda dall’eventuale tempo avanzato;
- partire dai problemi reali incontrati nelle pratiche, trasformandoli in domande di studio;
- conservare note, fonti e conclusioni in un archivio personale ricercabile;
- alternare aggiornamento giuridico, metodo professionale, tecnologia e conoscenza delle persone;
- spiegare a un collega ciò che si è imparato, perché insegnare costringe a individuare i punti ancora confusi;
- tornare periodicamente sugli argomenti importanti, invece di considerare sufficiente una sola lettura.
Non serve divorare cento pagine ogni sera. Serve impedire che la curiosità venga soffocata dall’urgenza. Anche trenta minuti ben usati, ripetuti nel tempo, cambiano il modo in cui leggiamo i fascicoli e affrontiamo i problemi.
7 – Bisogna studiare anche ciò che non sembra immediatamente utile
Una professione impoverisce quando ogni conoscenza viene valutata soltanto in base alla sua utilità immediata. Filosofia, storia, letteratura, psicologia, economia e tecnologia non sono decorazioni appese intorno al diritto. Ci aiutano a capire da dove arrivano le regole, quali interessi muovono le persone e quali conseguenze possono produrre le nostre scelte.
Un romanzo può insegnare sulla colpa e sul perdono più di molte definizioni. La storia mostra che istituzioni apparentemente solide possono degradarsi. La filosofia abitua a esaminare le premesse. La psicologia ricorda che le persone non decidono come formule matematiche. La tecnologia consente di vedere i poteri e i rischi nascosti dentro gli strumenti che ormai mediano quasi ogni attività.
Non tutto ciò che studiamo darà un rendimento misurabile il giorno successivo. Ma una cultura più ampia modifica la qualità delle domande che siamo capaci di fare. E nel nostro lavoro una buona domanda, posta al momento giusto, può valere più di una risposta imparata a memoria.
8 – La competenza comprende il coraggio di dire “non lo so”
Studiare non dovrebbe renderci arroganti. Dovrebbe mostrarci l’estensione di ciò che ignoriamo.
La frase “non lo so” non è una confessione di inadeguatezza, se è seguita da “lo verifico”. Al contrario, è uno dei segni più affidabili della competenza. Chi non ha studiato abbastanza tende spesso a offrire risposte semplici e definitive. Chi conosce davvero una materia sa distinguere le certezze dalle ipotesi, segnalare i margini di rischio e cercare l’aiuto necessario.
Anche il cliente ne beneficia. Non ha bisogno di un professionista che reciti l’infallibilità, ma di qualcuno che sappia orientarsi nell’incertezza, controllare le fonti e assumersi la responsabilità di una valutazione onesta.
9 – È anche per questo che fare l’avvocato è bellissimo
Uno degli aspetti che amo di questa professione è che non consente di considerarsi arrivati. Ogni pratica apre una finestra su un settore, una storia, un’impresa, una famiglia o una tecnologia che prima conoscevamo poco. Il mestiere può diventare una scuola permanente, purché conserviamo la disponibilità a farci sorprendere.
Nel contenuto fondamentale Perché fare l’avvocato è bellissimo racconto proprio il senso più profondo di questo lavoro. La possibilità di continuare a imparare ne fa parte: ci mantiene vivi, ci impedisce di trasformare l’esperienza in automatismo e ci permette di essere più utili alle persone che si affidano a noi.
Studiare, allora, non è soltanto evadere dal carcere dell’ignoranza. È evitare di costruirne uno nuovo con le nostre abitudini, le nostre certezze e la frase più pericolosa di tutte: “Ho sempre fatto così”.
10 – Un video che può esserti utile
Nel canale YouTube di Fare l’avvocato è bellissimo trovi anche un approfondimento dedicato alle fonti e agli strumenti che possono sostenere il tuo aggiornamento:
11 – Trasforma lo studio in un metodo di lavoro
Se vuoi organizzare meglio il tuo aggiornamento, integrare l’intelligenza artificiale senza diventarne dipendente o costruire un metodo professionale più solido, chiamami al 059 761926 e concordiamo un primo incontro. Possiamo svolgerlo anche a distanza.
Se vuoi continuare a ragionare con me sulla professione, seguimi su Instagram: troverai altri spunti dedicati a un modo più consapevole di lavorare.
Che rapporto hai con lo studio dopo tanti anni di professione? Raccontamelo nei commenti oppure lasciami una domanda: ti risponderò volentieri.
Scopri di più da fare l’avvocato è bellissimo
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