Il tribunale diventa set: arriva Ti difenderò
1) Avvocati veri e avvocati di scena nello stesso palazzo.
Per alcuni giorni il Palazzo di giustizia di Firenze ha avuto una doppia vita. Da una parte magistrati, avvocati, cancellieri, carabinieri e persone arrivate per le proprie vicende giudiziarie; dall’altra attori, comparse, telecamere, pannelli riflettenti e tecnici pronti a ripetere la stessa passeggiata lungo un corridoio sino a quando la scena non fosse quella giusta.
Il tribunale è diventato il set di una nuova fiction Rai sulla giustizia. Tra i nomi indicati nel cast figurano Beppe Fiorello, Gianmarco Saurino, Selene Caramazza e Donatella Finocchiaro.
La coincidenza fra attività reale e ricostruzione televisiva è curiosa, ma suggerisce anche una domanda interessante per noi avvocati: che cosa vede il pubblico quando guarda una serie giudiziaria? La giustizia che conosciamo davvero oppure una sua versione inevitabilmente semplificata e drammatizzata?
2) La serie si chiama Ti difenderò.
Le prime cronache dal set parlavano di un titolo ancora riservato o provvisorio. La banca dati nazionale delle produzioni audiovisive, però, censisce il progetto come Ti difenderò.
I dati disponibili indicano che si tratta di una produzione Lux Vide destinata alla Rai, diretta da Jan Michelini. Le riprese sono iniziate nel giugno 2026 e sono programmate tra Roma e Firenze, con una lavorazione complessiva prevista per diversi mesi.
Non risulta ancora comunicata una data di trasmissione. Titoli, cast e particolari produttivi possono inoltre subire modifiche sino alla presentazione ufficiale della serie. Quello che appare ormai definito è il genere: un legal drama con struttura procedurale, nel quale i singoli casi giudiziari si intrecciano con la storia personale dei protagonisti.
3) Il centro del racconto è il conflitto fra vendetta e giustizia.
Le anticipazioni fornite dalla direzione di Rai Fiction descrivono due modi molto diversi di vivere il ruolo del magistrato.
Agata è una giovane pubblico ministero al primo incarico. Durante l’adolescenza è stata sequestrata dalla criminalità organizzata, che le ha anche ucciso il padre. Entra quindi in magistratura portando con sé una ferita enorme e il desiderio di trovare i responsabili.
Alessandro, che anni prima contribuì a salvarla, è diventato capo procuratore a Bergamo. Crede in un’applicazione rigorosa e garantista della legge penale. Dal confronto fra il bisogno personale di vendetta e la vocazione istituzionale alla giustizia dovrebbero nascere sia la linea narrativa principale sia i casi affrontati nei diversi episodi.
È un conflitto molto adatto alla televisione, ma anche autenticamente giuridico. La giustizia non coincide con il desiderio di punire chi riteniamo colpevole: richiede prove, regole, contraddittorio, limiti al potere e rispetto dei diritti anche quando tutto questo risulta emotivamente scomodo.
4) Un tribunale vero non rende automaticamente vera una fiction.
Girare dentro un autentico palazzo di giustizia offre alla serie spazi, luci, proporzioni e dettagli difficili da ricostruire in studio. Un corridoio reale, le porte degli uffici, la disposizione degli atri e il movimento delle persone danno immediatamente credibilità all’immagine.
L’accuratezza scenografica, però, non coincide con l’accuratezza giuridica. Una fiction deve costruire ritmo, conflitto e personaggi riconoscibili; la realtà processuale contiene invece molti tempi morti, rinvii, adempimenti ripetitivi, letture, attese e questioni tecniche che sullo schermo sarebbero difficili da sostenere.
Il pubblico vede spesso il momento culminante dell’udienza, mentre il lavoro dell’avvocato si svolge soprattutto prima:
- nel colloquio con il cliente;
- nello studio dei documenti;
- nella ricerca delle norme e dei precedenti;
- nella costruzione di una strategia;
- nella redazione degli atti;
- nella gestione delle aspettative e delle possibili soluzioni negoziali.
La scena d’aula è importante, ma quasi mai rappresenta da sola la professione.
5) La televisione ha bisogno di comprimere il tempo.
In una serie, un’indagine può iniziare, svilupparsi e arrivare a un passaggio decisivo nello spazio di un episodio. Nella realtà, invece, procedimenti e processi possono durare mesi o anni. Anche una semplice comunicazione, una consulenza tecnica o il deposito di una motivazione possono modificare radicalmente i tempi.
Questa compressione narrativa è comprensibile. Diventa problematica soltanto quando lo spettatore la scambia per una rappresentazione fedele del funzionamento ordinario della giustizia.
Da qui nascono alcune delle aspettative più difficili da gestire nello studio legale: il cliente si aspetta una svolta immediata, la prova decisiva trovata all’ultimo minuto o il discorso capace di cambiare da solo l’esito del processo. Il nostro compito è spiegare che una buona difesa assomiglia meno a un colpo di scena e molto più a un lavoro metodico, paziente e documentato.
6) Anche i ruoli rischiano di diventare stereotipi.
Le storie giudiziarie amano personaggi estremi: il magistrato inflessibile, l’avvocato cinico, il difensore idealista, il colpevole insospettabile, il testimone che cambia tutto. Sono figure narrative efficaci perché il pubblico le comprende in pochi minuti.
Il rischio è trasformare funzioni diverse in categorie morali. Il pubblico ministero non è semplicemente la persona che vuole condannare; il giudice non è una macchina neutrale priva di dubbi; l’avvocato non è né un complice del cliente né un prestigiatore incaricato di trovare cavilli.
Ogni ruolo partecipa, con poteri e responsabilità differenti, alla costruzione di una decisione rispettosa delle regole. Una buona fiction giudiziaria dovrebbe riuscire a mostrare proprio questa complessità senza rinunciare al racconto.
7) Perché una serie così interessa agli avvocati.
Una fiction popolare contribuisce alla cultura giuridica diffusa molto più di tanti convegni. Non insegna necessariamente il diritto, ma forma immagini, aspettative e giudizi sul modo in cui lavorano tribunali e professionisti.
Per questo vale la pena guardarla con curiosità e spirito critico. Può aiutarci a capire:
- quale immagine dell’avvocato arriva alle persone;
- quali passaggi del processo risultano incomprensibili senza una spiegazione;
- quali paure e desideri il pubblico associa alla giustizia;
- quanto il linguaggio dei professionisti sia distante da quello comune;
- quali aspetti umani del nostro lavoro meritino di essere raccontati meglio.
Anche una rappresentazione imperfetta può quindi diventare un’occasione di comunicazione. Se una scena genera domande, l’avvocato può partire proprio da quelle per spiegare come funzionano davvero difesa, indagini, prova e decisione.
8) Il cinema racconta da sempre la nostra professione.
Il rapporto fra avvocatura e schermo non nasce certo oggi. Nel post L’avvocato nel cinema italiano: dodici scene avevo già raccolto alcune rappresentazioni memorabili della professione.
Rivederle oggi è interessante perché mostra quanto siano cambiati il linguaggio, il ritmo e la sensibilità del racconto giudiziario. Resta invece identico il fascino del luogo nel quale una parola, una prova o una decisione possono cambiare la vita di qualcuno.
Ti difenderò sembra voler aggiungere un elemento particolarmente attuale: non soltanto il contrasto fra innocenza e colpevolezza, ma quello fra la ferita personale di chi esercita il potere e il dovere di applicare la legge senza trasformarla in vendetta.
9) La guarderò cercando il confine fra racconto e realtà.
Quando la serie arriverà in televisione, la domanda più interessante non sarà se ogni dettaglio processuale sia impeccabile. Una fiction non è un manuale e non deve diventarlo.
Guarderò piuttosto se riuscirà a rendere credibili i dilemmi, le responsabilità e il peso umano delle decisioni. Cercherò di capire se gli avvocati saranno personaggi dotati di una funzione reale o soltanto ostacoli narrativi, e se il garantismo verrà presentato come una necessità della giustizia oppure come una debolezza davanti al male.
Il fatto che per qualche giorno professionisti veri e interpreti si siano incrociati nello stesso tribunale è una bella immagine di partenza. Ora resta da vedere quanto della giustizia reale riuscirà a passare attraverso la macchina della fiction.
10) Passa all’azione.
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