Avvocato cinema italiano

L’avvocato nel cinema italiano: dodici scene

1) Scene da una professione.

Il 9 ottobre 2008 la Fondazione Forense Bolognese organizzò un incontro intitolato “Scene da una professione”, con un richiamo evidente a “Scene da un matrimonio” di Ingmar Bergman. Il sottotitolo era “L’immagine dell’avvocato nella cinematografia italiana (1951–1977)”, ma il percorso si allargava anche a opere successive, fino alla televisione e al cinema indipendente.

Rileggere oggi quel programma è interessante perché il cinema non descrive soltanto la professione: costruisce l’immagine attraverso cui il pubblico immagina l’avvocato, il processo e perfino la giustizia.

2) L’avvocato brillante e inventore di parole.

In “Altri tempi” di Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica affianca alla categoria della “minorata psichica” quella della “maggiorata fisica”. La battuta è entrata nel linguaggio comune e mostra il legale come un abile costruttore di formule, capace di imprimere nella memoria un’espressione più del ragionamento che la sostiene.

3) L’arringa come spettacolo.

In “Hanno rubato un tram” di Aldo Fabrizi, l’avvocato è interpretato da Oreste Biavati, celebre ambulante della Piazzola di Bologna. La sua arringa riprende ritmo e tecniche usate per attirare i clienti al mercato. Il confine tra persuasione forense e spettacolo popolare diventa sottilissimo.

4) Il difensore che cambia il processo.

Nell’episodio “Testimone volontario” de “I mostri” di Dino Risi, la demolizione del testimone dell’accusa trasforma radicalmente l’esito della vicenda. È una rappresentazione potente e inquietante: l’abilità dell’avvocato appare capace di rendere incerto ciò che sembrava evidente.

5) L’avvocato che peggiora la situazione.

“Buonanotte… avvocato!” di Giorgio Bianchi, con Alberto Sordi, rovescia il mito del difensore salvifico. Qui l’intervento del legale può contribuire a trasformare un potenziale innocente in colpevole. Il cinema ama questi capovolgimenti perché rendono visibile la distanza tra intenzioni, strategia e risultato.

6) Totò davanti al giudice.

Ne “La cambiale” di Camillo Mastrocinque, Totò viene chiamato a testimoniare e domanda se sia davvero necessario. La scena, riletta molti anni dopo, sembra quasi anticipare per gioco la ricerca di forme meno solenni e più snelle di acquisizione della testimonianza.

7) Il difensore interessato soltanto al compenso.

In “Un giorno in pretura” di Steno, Alberto Sordi offre uno dei suoi pezzi di bravura più noti. Il difensore si rivolge al cliente soprattutto per chiedergli se abbia i soldi. È la caricatura più immediata dell’avvocato mercenario, uno stereotipo che il cinema ha usato spesso e che continua a condizionare la percezione della professione.

8) Quando veri avvocati entrano nel film.

“Musica per vecchi animali” di Stefano Benni, con Dario Fo, Paolo Rossi e Francesco Guccini, affida il ruolo dell’avvocato al vero legale bolognese Guido Magnisi. Anche “E allora mambo!” di Lucio Pellegrini coinvolge un avvocato reale. Queste presenze mescolano recitazione ed esperienza professionale, aggiungendo alla finzione un dettaglio di autenticità.

9) Il processo Murri e la memoria di Bologna.

“Fatti di gente perbene” di Mauro Bolognini, con Giancarlo Giannini, ricostruisce il caso Murri e utilizza luoghi legati alla Corte d’Assise di Bologna. Il processo reale si tenne invece a Torino per legittima suspicione. Il cinema ricompone così luoghi, memoria e dramma giudiziario secondo le proprie esigenze narrative.

10) Il legale nel cinema di genere.

“L’avvocato della mala” di Alberto Marras appartiene al filone poliziesco italiano degli anni Settanta. Qui il professionista non è soltanto una figura d’aula: entra nel territorio ambiguo dei rapporti fra criminalità, potere e difesa, secondo i codici spettacolari del cosiddetto poliziottesco.

11) Dalla televisione al cinema indipendente.

Il percorso comprendeva una scena della serie televisiva “L’avvocato Porta” con Gigi Proietti e arrivava a “Cavedagne” di Bernardo Bolognesi e Francesco Merini. In quest’ultimo Bolognesi interpreta un praticante legale, attività che svolgeva anche nella vita reale, in una scena girata presso la Corte d’Appello di Bologna insieme al suo vero dominus.

12) Che cosa raccontano davvero queste immagini.

Nelle dodici tappe l’avvocato diventa di volta in volta retore, venditore, manipolatore, salvatore, pasticcione, mercenario o mediatore tra mondi diversi. Quasi mai il cinema mostra la parte più lunga e silenziosa del lavoro: studio, ascolto, scrittura, attesa e responsabilità. Preferisce il momento teatrale, perché è più facile da vedere e ricordare.

Sul rapporto fra cinema e professione puoi leggere anche Il film di avvocati per eccellenza non è un film di avvocati e, per un’altra forma di racconto della professione, Avvocati e letteratura.

13) Perché vale ancora la pena guardarli.

Questi film non sono manuali di procedura e non vanno giudicati per la precisione tecnica. Sono documenti culturali: mostrano che cosa il pubblico teme, ammira o deride nella figura dell’avvocato. Guardarli con attenzione aiuta anche noi professionisti a capire l’immagine che proiettiamo e la distanza che può esistere tra il lavoro reale e il personaggio percepito.

14) Passa all’azione.

Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.

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